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La risposta di Unionbirrai all'articolo apparso su Il Foglio il 20 Agosto 2020

In seguito all'articolo "Malvasia di Bosa o Verdiso trevigiano per le nuove generazioni malate di birra" apparso su Il Foglio del 20 Agosto 2020, Unionbirrai, attraverso la penna del consigliere Andrea Soncini, ha ritenuto inviare una risposta ufficiale su quanto scritto nel pezzo giornalistico. La riportiamo di seguito.
 

Al Preg.mo Direttore Claudio Cerasa

Ho letto, non senza pena, l’articolo, in forma di scambio epistolare, dal titolo “Malvasia di Bosa o Verdisio trevigiano per le nuove generazioni malate di birra”.

I due amici di penna, Camillo e Corrado, pur tentando di elevare il dialogo con la retorica delle visioni, tanto idilliache quanto stereotipate, delle sorseggiate al tramonto, della musica jazz e degli immancabili formaggi erborinati, giungono, in buona ed ultima sostanza ad una sola e sconsolante conclusione, tanto banale quanto becera, ovvero che il vino sarebbe la bevanda dei “galantuomini”, la birra quella invece dei giovani sguaiati e ubriachi, e in particolare delle giovani donne “che ruttano”.
Già dissertare di birra, al singolare, come se fosse una e tutta uguale, è segno di involuto appiattimento, o meglio pigra ignoranza, ancor più stridente in bocca a pretesi intenditori.
I vini sono molti, anzi moltissimi, e, allo stesso modo, tante, anzi tantissime, sono le birre.
Nessuno contesta, fatta questa alquanto ovvia premessa, che i vini rappresentino un importante patrimonio culturale e, anzi, potremmo dire “esistenziale”, del nostro Paese, nei suoi poliedrici territori. Ma lo stesso, oramai da oltre vent’anni, vale, sempre più, anche per le birre, o per lo meno per quelle birre che, con il riconoscimento della legge, si definiscono “artigianali”, espressione di un tessuto produttivo fantasioso e variegato, contraddistinto da estro e professionalità.
Il birraio si trova a metà strada tra un cuoco ed un enologo; la materia prima ne segna il lavoro, ma altrettanto fa la sua personalità, forse più che nel settore enologico, essendo oltre che cantiniere anche realizzatore del mosto fermentiscibile, secondo le proprie personalissime ricette.
Tra l’altro i vini e le birre artigianali, grazie ad una società sempre più attenta alla qualità, finiscono fisiologicamente per stringersi la mano. Pensiamo agli abbinamenti culinari, al ritorno dei vini naturali, come delle birre a fermentazione spontanea, alle birre Italian Grape Ale, stile oramai riconosciuto a livello internazionale che si fonda proprio sull’abbinamento tra produzioni enologiche e brassicole.
E così, mi consenta di concludere brevemente con l’invito ai due amici di penna di abbandonare la teorica di casta, evitando ancor più il classismo anagrafico, dato che i giovani, accusati di esser bevitori smodati di birra (quando peraltro la preoccupazione di abuso va piuttosto riferita a cocktail e superalcolici) in realtà, se si avvicinano al gusto ed alla qualità, da dovunque essa promani, è solo un bene.

Vien da ricordare poi, in particolare, a Camillo, che il vino della sua stessa (e mia) Parma, il Lambrusco, veniva considerato, fino a qualche annetto fa, poco più di una bibita mal riuscita.

 

Andrea Soncini
Consigliere Direttivo Unionbirrai